In mostra le opere di Vito Bongiorno, Angelo Colagrossi, Mauro Magni

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“Nel solco dei tempi”
Tre artisti, un’amicizia, il racconto inquieto del presente
In mostra le opere di Vito Bongiorno, Angelo Colagrossi, Mauro Magni,
a cura di Paola Di Giammaria

5 marzo – 2 aprile 2026
Musei di San Salvatore in Lauro – Roma

Dal 5 marzo al 2 aprile 2026 i Musei di San Salvatore in Lauro accolgono una mostra che è insieme racconto, confronto e dichiarazione di poetica. “Nel solco dei tempi” riunisce tre artisti – Vito Bongiorno, Angelo Colagrossi, Mauro Magni – legati da un’amicizia autentica e da una comune urgenza: interrogare il presente senza retorica, incidere nella materia il segno del nostro tempo.

Il vernissage si terrà giovedì 5 marzo alle ore 19.00 nei Musei di San Salvatore in Lauro, Roma.

L’esposizione, a cura di Paola Di Giammaria ed organizzata da “Il Cigno GG Edizioni” che pubblica anche il catalogo con i testi di Lorenzo Canova, Guglielmo Gigliotti e Raffaele Nigro, propone un dialogo tra tre percorsi differenti ma attraversati da un medesimo sguardo sul tempo contemporaneo.

“Tre artisti, tre pittori, tre amici, con storie e provenienze diverse, ma tutti accomunati da una ricerca che fa della pittura il luogo eletto per dare forma al proprio sguardo sul mondo, sulle donne e sugli uomini che lo percorrono con le loro vite, sui cambiamenti inevitabili che il tempo porta con sé e per imprimere sulla tela o sulla tavola “il solco dei tempi”, che dà il titolo a questa mostra”, spiega nel suo testo critico, la curatrice Paola Di Giammaria. “C’è una storia qui. La storia non è fatta solo di nomi e titoli di opere. La storia è, invece, un racconto, e la differenza tra esistere e non esistere sta tutta in quel che distingue la pagina di un libro – in cui si ritrovano contesto, linee narrative, connessioni, – da quella di un elenco (telefonico o anagrafico)”.
Il progetto espositivo, con circa 20 opere esposte per ogni artista, si colloca in un momento storico segnato da trasformazioni radicali – ambientali, sociali, tecnologiche – e si interroga sulla possibilità di una narrazione condivisa nel presente. Di Giammaria sottolinea infatti: “Qui c’è la volontà di riconoscersi in una storia, individuale sì, ma collettiva. Si potrebbe dire che l’eterno presente costituisce forse l’assillo dei tre artisti, in una sintesi simbolica personale che rivela come la pittura sia sempre viva e gli artisti appartengano al proprio tempo”.

Le opere in mostra testimoniano questa tensione comune.

Nel lavoro di Vito Bongiorno, la materia è fisica, quasi tattile: carbone, cenere, foglia d’oro, lana d’acciaio. Le superfici sono dense, corrose, attraversate da combustioni reali e simboliche.
Il carbone e la cenere diventano materia simbolica di una riflessione sul Pianeta, sulla combustione e sulla possibilità di rinascita. Il nero non è solo negazione, ma spazio di trasformazione, in un continuo dialogo con l’oro e con il blu.
Tra i dipinti in mostra, “La caduta di Icaro” (2025) – cenere, foglia d’oro e carbone su tela, cm 200×150 – è un’opera monumentale. Il mito antico esplode in una composizione scura, stratificata, dove il nero sembra divorare lo spazio. L’oro non è ornamento: è una ferita luminosa, un bagliore che resiste alla caduta. Icaro non è soltanto figura mitologica, ma metafora contemporanea dell’hybris umana, dell’ambizione che brucia. La superficie vibra, graffiata, quasi incandescente.
Con “Un filo d’acqua” (2010) – acrilico e foglia d’oro su tela, cm 200×150 – il registro cambia. Il blu domina, puro e profondo. Una goccia dorata attraversa lo spazio come un segno di speranza. È un’opera sospesa, lirica, dove l’oro incontra il colore prediletto dell’artista e genera un equilibrio fragile tra purezza e tensione. Si avverte il silenzio, ma anche una forza primigenia.
Bongiorno lavora con ciò che resta dopo la combustione. Il carbone è residuo, ma anche energia potenziale. Le sue opere non consolano: interrogano. Eppure, in ogni superficie annerita, affiora una possibilità di rinascita.

La pittura di Angelo Colagrossi è verticale, scarna, essenziale. Acrilici, smalti spray, fusaggine: materiali che colano, si stratificano, si addensano. Traduce l’instabilità contemporanea in sagome, numeri, piogge di segni, scenari sempre più essenziali. Le sue figure si stenografano, si dissolvono, suggerendo precarietà e mutamento, in un equilibrio instabile che riflette il nostro tempo.

In “Primavera d’autunno” (2025) – acrilici e smalti spray su tela, cm 200×150 –, ad esempio, le foglie sembrano spazzate via da numeri che avanzano sulla scena. Il nuovo e il vecchio si intrecciano senza trovare un equilibrio stabile. I colori sono netti, le forme sintetiche. L’impressione è di assistere a un passaggio di stagione che è insieme naturale e simbolico: la primavera è già autunno, il cambiamento è in atto, ma non ha ancora un volto definitivo.
Con “PC acceso. Numeri” (2025) – acrilici e smalti spray su foglio di giornale ritagliato – invece, a superficie si restringe, si fa quasi frammento. Il supporto cartaceo, fragile e quotidiano, accoglie flussi numerici che evocano algoritmi, codici, sistemi digitali. I numeri scivolano, si spezzano, diventano segno pittorico. La tecnologia non è rappresentata: è suggerita, insinuata, resa atmosfera.
Colagrossi riduce, sottrae, asciuga. Le sue sagome non hanno volto, ma hanno presenza. I suoi numeri non spiegano: inquietano. È una pittura che racconta l’instabilità del presente con essenzialità quasi ascetica.

Mauro Magni affida alla montagna, alla torre e al fuoco una potente metafora della storia umana. Le sue “Babele” contemporanee evocano tensione verticale, aspirazione spirituale e insieme confusione delle lingue e delle culture, fino alla scultura conclusiva che richiama esplicitamente la necessità di pace.
Con Mauro Magni la scena si fa visionaria. Tecnica mista su tavola, carta applicata, inserti materici: le sue superfici sono campi di tensione tra pittura e scrittura.
“Utopia” (2025) – tecnica mista su tavola, cm 200×150 – si impone come una grande architettura simbolica. Le torri si slanciano verso l’alto, triangolari, quasi babeliche. I colori sono intensi, attraversati da scritture che sembrano graffiti contemporanei. È una visione sospesa tra aspirazione e rovina, tra desiderio di infinito e fragilità umana.
In “L’isola di Junger” (2018) – tecnica mista su tavola, cm 125×125 – invece, emerge un paesaggio mentale. Un’isola isolata, quasi mitica, galleggia nello spazio pittorico. Le parole si intrecciano alla materia, come se la scrittura fosse un’eco della memoria. L’opera suggerisce solitudine, ma anche resistenza. È un luogo dell’altrove, una geografia interiore.
Magni costruisce torri che sono metafore della storia, isole che sono spazi di meditazione, fiamme che diventano tensione verso l’alto. La sua pittura è racconto simbolico, mai didascalico.

“Nel solco dei tempi” è un percorso immersivo. Il visitatore attraversa superfici nere e incandescenti, piogge di numeri, torri che si slanciano verso il cielo. Le opere dialogano tra loro come capitoli di una stessa narrazione: la crisi ambientale, la tecnologia, la perdita di orientamento, ma anche la possibilità di rinascita e di pace.
Non è una mostra che si limita a esporre opere: è un invito a fermarsi, guardare, interrogarsi. Un cammino che intreccia memoria e attualità, etica ed estetica, individualità e dimensione collettiva, riaffermando la vitalità della pittura e della scultura come strumenti di pensiero critico sul presente.

La mostra è visitabile dal martedì al sabato, dalle ore 10.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.00. Ingresso gratuito.